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Dovrebbe esserci di diritto Cheikh Tidiane Diagne fra gli invitati alla «Cunferentzia regionale de sa limba sarda», che dal 28 al 30 novembre riunirà a Macomer alcuni tra i maggiori esperti europei di lingue minoritarie. Se venisse chiamato a dire la sua, in quel simposio che vuol fare il punto sullo stato dell’arte della lingua sarda, la sua tutela e la sua diffusione, questo signore senegalese di mezz’età, di professione libraio, premio Maria Carta 2007 per l’impegno a favore della cultura dell’isola, potrebbe spiegare perché tra i suoi best seller non conosce cedimenti «Sa Mundana Cummedia» di Salvatore Poddighe o «Su Bandidori» di Efisio Luigi Melis. O perché alla festa di San Francesco a Lula i libri di Peppino Mereu vanno via come il pane, mentre a San Cosimo a Mamoiada non si riesce a vendere una copia di «Sa Gerusalemme vittoriosa» di Melchiorre Dore. Perché Diagne (tutti a Nuoro, sua città d’adozione da ormai quindici anni, lo conoscono e lo chiamano con il solo cognome) ha fatto della tutela della letteratura in limba una vocazione e una professione. Raccogliendo il testimone, poco prima della morte, da un’altra particolarissima figura di libraio, o meglio di editore, forse il più piccolo editore al mondo. Si chiamava Antoni Cuccu, e per oltre cinquant’anni aveva battuto la Sardegna da un capo all’altro vendendo di sagra in sagra, o nelle città, davanti agli ospedali o ai tribunali, libri scritti in sardo e trascrizioni di gare poetiche altrimenti destinate al dimenticatoio. Libri che egli stesso pubblicava.
Due destini che si incrociano nel segno di una passione comune, quelli di tziu Cuccu e di Diagne, che due registi nuoresi hanno pensato bene di raccontare in un documentario dove già il titolo, «La valigia di Tidiane Cuccu», descrive la continuità tra i percorsi di due uomini pur diversissimi tra loro. Presentato con successo quest’anno alla rassegna biennale del cinema etnografico di Nuoro curata dall’Isre, dove forse avrebbe meritato un miglior piazzamento, il film di Sanna e Siotto è stato poi tra i vincitori del concorso della regione sarda «Il cinema racconta il lavoro». In questi giorni è presente, unica opera italiana, al festival del cinema etnografico di Rio de Janeiro. «La valigia di Tidiane Cuccu» esce ora in un dvd di 28 minuti che sarà reperibile nelle librerie e nelle biblioteche.
Il film vuol essere soprattutto un tributo alla memoria di Antoni Cuccu, questo straordinario viandante dei libri scomparso nel 2003 all’età di 82 anni. Cuccu, nato a San Vito, non era un accademico, probabilmente non aveva neppure concluso le scuole elementari, ma ha dato un contributo fondamentale alla divulgazione della letteratura popolare sarda. Nel documentario di di Sanna e Siotto questo dato emerge chiaramente in alcune interviste, accanto a spezzoni di tv locali che raccolgono brevi dichiarazioni di questo libraio errante, frammenti utilizzati per far colore nei servizi sull’Ardia di Sedilo o la Sagra di San Francesco a Lula.
Tziu Cuccu lo trovavi con il suo banchetto di libri all’angolo di vie percorse da passanti frettolosi, nel centro di Cagliari, Nuoro o Oristano. Ma per lui un appuntamento fisso erano le principali feste paesane, soprattutto quelle della Barbagia. Arrivava con la sua Panda Fiat, che negli ultimi anni aveva sostituito la prima Bianchina, che era anche la sua casa. Apriva una vecchia valigia di cartone e sbucavano libriccini di tutti i colori, rossi, gialli, blu. Spesso, infatti, erano stampati sulla carta colorata che allora si usava per i volantini pubblicitari. Una scelta dettata da ragioni di risparmio, o forse affinché quei libri esposti al sole e alla polvere delle sagre non ingiallissero troppo in fretta. Salvo scoprire che il suo magari era un vezzo di editore. Del più piccolo editore al mondo, probabilmente. «Il guadagno non è tanto - diceva - ma non è un problema. Quello che mi interessa è salvare la lingua sarda».
Pochi mesi dopo la morte, il caffé letterario Trittico Ironico a Nuoro gli dedicò un omaggio, ospitando una mostra di dieci fotografi (da Salvatore Ligios a Antonio Mannu, da Gian Carlo Deidda a Franco Stefano Ruiu) che lo avevano ritratto in vari momenti della sua attività. Mancava, in quella mostra, una straordinaria foto del maestro neorealista Pablo Volta, scattata a Orgosolo nel 1956. Dove, accanto alla valigia dei libri di tziu Antoni, compare una donna vestita di nero, composta nel suo dolore, testimonial dell’ultima uscita delle edizioni Cuccu. Titolo: «Canzone sarda composta per la grande sventura di Falconi Bachisio fu Giovanni da Fonni». Autore: Falconi Bachisio fu Giovanni da Fonni medesimo, marito della donna e allora in carcere, che ribatteva in poesia alle gravi accuse per le quali era stato condannato. Un raro caso di controinformazione in rima.
Nel bel film di Sanna e Siotto, Diagne racconta come avvenne l’incontro con tziu Cuccu. «Fu la prima persona che conobbi al mio arrivo alla stazione di Nuoro. Gli chiesi se sapeva dove si riunivano i miei connazionali, lui mi prese per un braccio e mi ci portò. Da lì nacque la nostra amicizia». Non sappiamo se sia davvero andata così, o sia un’esigenza di copione, in una storia che è comunque straordinaria e sembra scritta proprio per un film. Un giovane africano laureato in economia che arriva in Italia ma non si rassegna a un percorso obbligato, quello del «vu cumprà». Scopre la Sardegna, ne impara la lingua e comincia a vendere libri che tramandano una cultura che sino a pochi decenni prima era soltanto orale. Come quella dei Griot, i cantastorie del Senegal, ci dice Diagne, anche se lì uno come tziu Cuccu, che si sia preso la briga di trascriverne i racconti, ancora non c’è.
Paolo Merlini per La Nuova Sardegna di Giovedì 20 Novembre 2008

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